Della virtù delle donne e del meretricio

Particolare di un dipinto su ceramica di Marco Cipolli

Tratto da “Storie e Leggende nella valle dell’Arno”

I casi di Bucine, Montevarchi e Figline Valdarno.
“Per quindici anni il peccatore si imporrà due quaresime ogni anno e continuerà in un modo o in un altro a fare penitenza per tutta la vita”. Questa la pesante pena prevista, già nell’XI° secolo, dalla legislazione canonica  per chi commetteva peccato di adulterio.<…>
Dai pulpiti delle chiese i predicatori lanciavano invettive, evocavano le fiamme dell’inferno e tuonavano contro la degenerazione dei costumi e contro i peccati della “carne”. <…>
Per quanto gravi potessero essere “dipinti” i peccati di lussuria da parte del mondo ecclesiastico e per quanto le invettive del clero potessero suggestionare l’uomo del Medioevo, non si trovavano però norme così rigorose nelle raccolte legislative che avrebbero dovuto regolare la vita delle varie comunità.
Nello statuto della Valdambra del 1208, quello voluto dal conte Guido Guerra III, si puniscono con la pena di 25 lire i reati, se commessi con la violenza, di violazione di una vergine e di adulterio. Metà della multa era destinata alla donna offesa e l’altra metà alla corte giudicante. Se il colpevole non dava corso a quanto stabilito dalla corte entro dieci giorni potevano essere inflitte pene più gravi che potevano arrivare all’amputazione di un piede o di una mano. Curiosamente però dette regole erano applicabili solo se il delitto era consumato e non solo tentato.

Storie e Leggende nella valle dell’Arno (Settore 8 editoria)

Quasi due secoli dopo, nel 1376, a Montevarchi nobili cittadini fiorentini designati dalla sorte redigevano uno statuto contenente clausole fortemente limitative per la libertà delle donne. Difficile non pensare che certe restrizioni fossero frutto di una concezione maschilista della società, alla quale si aggiungevano le suggestioni dettate da precetti ecclesiastici; precetti che vedevano nel gentil sesso la massima espressione delle umane debolezze, davanti alle demoniache tentazioni che portavano ai peccati di lussuria.
Così gli estensori dello Statuto cercarono di stilare norme tese ad evitare occasioni potenzialmente pericolose che avrebbero potuto risvegliare i sensi. Ecco allora la previsione dell’ammenda di 5 soldi nei confronti delle donne che in chiesa, durante la celebrazione degli uffici divini, prendevano posto nelle panche disposte sul lato riservato agli uomini.
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In una simile società saremmo indotti a pensare che la prostituzione fosse considerata come uno dei peccati più gravi. E invece no! Dietro ad un paravento di ipocrisia, che serviva solo a salvare le apparenze, il commercio del sesso era fondamentalmente tollerato e… assai diffuso.
Alle meretrici era vietato “abitare o rimanere nella terra di Montevarchi”. Però potevano abitare e “fare i loro affare” al di fuori delle mura del borgo “in luogo netto e coperto”…
Analogamente gli statuti di Figline del 1408 stabilivano “che niuna pubblica meretrice faccente peccato del suo corpo per danari possa habitare overo stare overo albergare nella terra di Figline presso alla chiesa de’ frati minori, o della pieve di Fighine per duecento braccia overo più…”
<…>Queste disposizioni non impedivano però alle dirette interessate di svolgere la professione al di fuori della terra murata…

 

 

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