Dal gioco d’azzardo al… gioco patologico e legalizzato

“La libertà dei Giuochi, che abbiamo veduta, con sommo nostro rincrescimento, estendersi oltre i confini di un’onesto trattenimento nei pubblici luoghi… con troppo fomento all’ozio, e alla dissipazione, con la perdita delle sostanze, e non di rado con la rovina delle innocenti famiglie, ha eccitato le Nostre premure, onde preservare dal corrompimento… la pubblica morale…”

Correva l’anno 1803 quando i banditori diffusero nelle piazze del Valdarno un editto di Maria Luisa, regina reggente d’Etruria, con il quale, viste le premesse, si proibivano giochi “con uso di carte e dadi in qualunque luogo pubblico“.

Un estremo tentativo di mettere un freno alle attività che inducevano all’ozio, alla dissipazione ed alla rovina di intere famiglie. Un tentativo di contrastare un fenomeno, quello del gioco d’azzardo, che gli antichi statuti delle comunità valdarnesi avevano già preso in esame cercando di porre un freno, con norme più o meno severe, ad attività che potevano sfociare in liti, dissidi ed anche epiloghi di natura violenta. Disposizioni contro il gioco d’azzardo le troviamo negli antichi Statuti della Valdambra, degli inizi del XIII secolo, con pesanti pene pecuniarie a carico dei contravventori. Norme simili si ritrovano negli statuti di Montevarchi dove però, con le riforme del 1386, le norme furono rese meno rigide: il gioco dei dadi e quello degli scacchi furono resi legali purché si giocasse fuori casa. Anche nel vicino borgo di Castel San Giovanni vi erano delle deroghe ai divieti, come ad esempio accadeva nel giorno di “Calendimaggio” quando si poteva giocare nella piazza del comune e nei dintorni, ma non vicino alle taverne.

Nel borgo di Figline il gioco d’azzardo era considerato reato e punito con un’ammenda di “40 soldi fiorentini” ed il podestà aveva tra le sue mansioni, come previsto negli statuti del 1408, quella di dover far cercare gli strumenti proibiti utilizzati dai giocatori d’azzardo “per lo castello di Fighine et fuori, insino a Cesto e Ponterosso“.

Per la verità le norme non devono aver avuto risultati eccelsi se ancora quattro secoli dopo la regina d’Etruria emanava editti per proibire quelle pratiche che portavano turbamento alla pubblica morale.

1803 Editto della regina Maria Luisa per la proibizione dei giochi d'azzardo

Nelle varie epoche storiche però c’era un filo conduttore: il gioco d’azzardo era di principio proibito. Questo fino alle soglie del terzo millennio ovvero fino ad arrivare ai giorni nostri quando i governanti hanno intravisto la possibilità di far cassa sfruttando il vizietto dei giocatori patologici.

Via dunque alla liberalizzazione delle sale da gioco! La sfida alla dea bendata della fortuna non è più viene incentivata con tatto di spot pubblicitari televisivi. Certo adesso il settore è molto più evoluto, non più dadi e carte, ma slot, gratta e vinci, scommesse sportive, più o meno trasparenti… Tutto fa cassa. Il gioco si evolve e diviene sempre più tecnologico ma, stando ai dati diffusi dal servizio per la prevenzione delle dipendenze della ASL, continua a produrre i fenomeni denunciati ben duecento anni fa dalla regina Maria Luisa: “ozio, dissipazione, perdita delle sostanze e non di rado rovina delle famiglie.”

Le statistiche diffuse dal servizio di prevenzione delle dipendenza della ASL permettono di delineare il giocatore tipo: fascia di età tra i 35 ed i 50 anni e licenza media inferiore, coniugato o convivente, lavoratore dipendente; gioco più gettonato la slot-machine. Questo il profilo tipico del giocatore incallito al punto tale da trasformare il gioco in una patologia. Tuttavia dall’analisi statistica del Sert non mancano le sorprese: tra i giocatori patologici vi sono anche degli ottantenni e dei laureati (il 2% dei casi censiti). Il gioco preferito sono le slot, seguite dal Lotto e dal Bingo per le donne e dal gratta e vinci e dalle scommesse sportive per gli uomini. Il maggior numero di giocatori ha un lavoro dipendente ma disoccupati e pensionati costituiscono una percentuale di non secondaria importante: 18% i primi e 16% gli altri.

Non si tratta di dati ipotetici: sono già stati individuati un centinaio di casi seri e per il futuro il proliferare delle sale da gioco non promette niente di buono.

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